Il barometro del rischio, lo smart working e il triller fantascientifico

Un paio di anni fa ho conosciuto un commercialista di Mirandola, piccola cittadina in provincia di Modena che a seguito del terremoto del 2012 subì ingenti danni. Mi raccontò come avesse dovuto farsi accompagnare dai Vigili del Fuoco tra le macerie del proprio ufficio al primo piano di un palazzo del centro storico, per riaccendere il server (insperabilmente integro!) e calare un cavo di rete lungo qualche decina di metri sulla strada sottostante dalla quale, per molti mesi a seguire, lavorò in una roulotte.

La mia conoscenza fu particolarmente fortunato: il terremoto non distrusse il suo server e le autorità lo autorizzarono a lavorare da una roulotte.

Era il 2012, otto anni fa, un paio di ere digitali prima della nostra e le necessità digitali erano già importanti, per usare un eufemismo.

Oggi? Qual’è la situazione presso le imprese e gli studi professionali? Come vengono percepiti i rischi legati alla continuità del business?

Il gruppo assicurativo Allianz, ogni anno, effettua uno studio a livello globale per intercettare ed interpretare il sentiment dell’intero tessuto produttivo rispetto ai rischi per le proprie imprese.

Lo studio si chiama Barometro del Rischio e quest’anno il risultato non è affatto sorprendente.

In Italia, i rischi maggiormente percepiti dalle aziende sono l’interruzione di attività, al primo posto con il 51% delle risposte, seguita dai rischi informatici (49%, in crescita rispetto al 38% del 2019). Al terzo posto il danno reputazionale o d’immagine (29%), che nell’ultimo anno ha scalato ben due posizioni superando le catastrofi naturali, quarte con il 20%.

La preoccupazione per la perdita di reputazione o di valore del marchio è diventata critica, ed è entrata a far parte, per la prima volta, dei primi tre rischi in Italia. Tuttavia, le interruzioni del business e i rischi informatici rappresentano ancora le principali preoccupazioni delle aziende italiane“,

Nicola MancinoCEO di AGCS Italia.

Interessante che i rischi informatici siano sul podio e scalino rapidamente la classifica, sintomo che le imprese cominciano seriamente a considerare l’accesso alle informazioni come critico ed a comprendere che la loro perdita o (peggio) furto, induca costi spesso nemmeno stimabili.

Non diverso è il discorso per la continuità del business. L’interruzione delle attività, l’impossibilità di dar seguito agli impegni assunti con i clienti è uno degli incubi di qualsiasi imprenditore e sarebbe un folle chiunque non avesse implementato un piano per garantire che la propria impresa possa continuare a produrre e intrattenere rapporti con il proprio mercato anche in casi limite.

Ovvio, replicare uno stabilimento produttivo (soprattutto quando ne hai solo uno!) non è come copiare una cartella in una chiavetta USB, non sempre è una cosa possibile, semplice e persino praticabile. Tuttavia, anche in questi casi, benché la produzione sia difficile da ripristinare in tempi brevi, vanno considerate tra quelle da mettere in sicurezza, anche tutte le altre attività in supporto alla produzione e quelle collegate alla amministrazione aziendale ed al rapporto con i clienti.

Beh, gestire una macchina utensile a controllo numerico da casa è improbabile, ma dare assistenza ad un utente, scrivere un contratto o un parere, sviluppare un business plan, fare un preventivo, effettuare un bonifico, gestire un sinistro, amministrare del personale, gestire la contabilità, pagare, incassare, calcolare imposte, ecc. sono tutte attività che possono essere eseguite in tele-lavoro senza particolari limiti. Come queste, tantissime altre.

In generale, quasi tutto il terziario potrebbe lavorare in tele-lavoro senza particolari limitazioni.

Qualche tempo fa, persino alcune norme giuslavoristiche furono aggiornate per agevolare lo “smart-working” (Legge 81/2017), ma nemmeno a seguito del recente green new deal, la maggior parte delle organizzazioni stanno pianificando attività che le portino ad essere smart working ready (pronte per il tele-lavoro). Certo, in molti si dichiarano utilizzatori di servizi cloud, ma scavando, spesso si scopre che il servizio cloud che utilizzano è la PEC.

Non è certo utilizzando la PEC o l’archiviazione in cloud che garantiremo la continuità del nostro business.

Proviamo ad immaginare una situazione al limite del fantascientifico. Un po’ triller ed un po’ fantastica. Un virus rischia di causare una pandemia e le autorità dispongono la quarantena forzata dei cittadini esposti al rischio di infezione. Uffici chiusi, scuole chiuse, supermercati svuotati, strade deserte, l’esercito che blocca l’uscita da larghe fette di territorio. Il Governo dice che per evitare il collasso economico bisogna ricorrere al tele-lavoro.

Come? Vi sembra particolarmente realistico? In effetti lo è e lo sappiamo tutti.

Premesso il necessario rispetto e la umana vicinanza per tutti coloro che per causa del coronavirus COVID-19 soffrono disagi veri, perdite umane e materiali, (retoricamente) mi chiedo: quali sono i limiti che non consentono a chi ha un business “compatibile” di andare in una direzione così ovvia come l’utilizzo di sistemi per il tele-lavoro?

Oggi, 24 febbraio 2020, con i figli costretti a casa da una ordinanza regionale che qui in Emilia ha chiuso le scuole di ogni ordine e grado, molti dei nostri collaboratori sono al lavoro da casa. Sviluppano applicazioni, registrano fatture, rispondono ai ticket di assistenza, rispondono alle chiamate telefoniche, fanno preventivi, fanno persino formazione ai clienti. Fanno tutto quello che c’è da fare.

Chiaro, non siamo una azienda meccanica, né un centro fisioterapico, ma non lo sono nemmeno la maggior parte dei lettori di questo articolo.

Non esiste una strategia tecnologica che vada bene per tutti e che ci metta al riparo dagli ingenti danni derivanti dalla interruzione delle attività professionali e di impresa, ma esistono 8 modelli per il sicuro fallimento di una strategia tecnologica e che sono stati perfettamente individuati una ricerca di World Economic Forum. world economic forum failure pattern

Penso che il male oscuro di una ampia fetta dell’imprenditoria e dei professionisti italiani stia al primo posto. Lo chiamano Planning to Plan. Per quel che ne so io, solo i messicani con ahorita ed i romagnoli con adesso-dopo sono riusciti a dare una definizione migliore del rinviare ad libitum.

Insomma, pianificare è un ottima abitudine. Però, programmare di pianificare di fare qualcosa, non è la stessa cosa che farla e, al solito, ce ne accorgiamo troppo tardi.