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Professionisti e Cloud Computing

Mentre ci sono moltissimi che discutono di “cloud” pochi sanno esattamente di cosa si tratti, pochissimi riescono a definirlo in maniera corretta e quasi nessuno, me incluso, riesce a spiegarlo in maniera semplice.

Il problema vero, tuttavia, è che in un’epoca che va spedita verso le soluzioni cloud, il mondo delle professioni stenta.

Perché siamo in questa situazione?

Se partiamo dall’epoca “eroica” dell’informatica, quando i mainframe erano i padroni della terra e l’hardware aveva costi proibitivi, era relativamente logico, semplice ed economico condividere un unico mainframe tra più organizzazioni. Era la via più rapida all’informatizzazione: o così, oppure ancora carta, penna e calamaio.

Poi sono arrivati i personal computer e, con loro, la relativa facilità di sviluppare applicazioni modulari (base dati, logica di business e server di distribuzione) ben più affamate di risorse (potenza elaborativa, disco, memoria, memoria, memoria ed ancora memoria). Questo portò a dedicare hardware specifico (molto spesso sotto utilizzato) a singole applicazioni (molto spesso sotto utilizzate). A volte lo si faceva per motivi legati all’applicazione stessa, altre volte erano le logiche “politiche” interne alle organizzazioni a richiedere la separazione fisica dei dati.

Così i server crescevano in numero e diminuivano in prezzo, con il risultato che, nel corso degli anni, si è acquistata molta più potenza elaborativa (volgarmente detta “ferro”) di quanta in realtà ce ne fosse bisogno, con conseguente esplosione dei costi legati alla gestione di un parco server insensatamente eccessivo.

Poi, come in tutti i clicli, è arrivato il ritorno al passato e la virtualizzazione, ovvero la possibilità di far girare più server sulla stessa macchina, ha riportato alla mente le logiche di condivisione dei mainframe dell’età eroica.

Da qui al cloud il passo sarebbe relativamente breve, in fondo a chi interessa più dov’è il sistema con cui si riesce a prenotare un hotel con un app su uno smartphone? L’importante è che lo si possa fare!

Questo sostanziale disinteresse sul come o dove giri una determinata applicazione, però, non sembra valere per i professionisti, Le ragioni sono tante e, non per essere originale, non citerò l’arretratezza digitale della categoria.

Per inciso, esistono studi credibilissimi, anche se non troppo indipendenti, che dimostrano che le professioni ordinistiche, grazie anche alla spinta della controparte Pubblica Amministrazione, sono evolute enormemente nell’utilizzo delle nuove tecnologie.

Tuttavia il cloud, che tutti indicano come la soluzione del presente e non del futuro,tra i professionisti, stenta. Pensare che il colosso della ricerca Gartner Group stima per il 2016 che la dimensione mondiale del mercato “cloud” sarà vicina ai 204 Miliardi di Dollari, con una crescita del 16,5% rispetto all’anno precedente. Un numero impressionante che ha un riflesso anche a livello nazionale: l’Italia è all’ottavo posto nel mondo ed al primo in Europa (fonte Eurostat) tra gli utilizzatori di sistemi in cloud, grazie anche alle politiche nazionali che hanno letteralmente trascinato l’intero settore economico verso l’utilizzo di sistemi innovativi e sostenibili. Secondo dati OCSE il 40,1% delle aziende del nostro Paese utilizzano servizi di cloud computing, dato superato solo da Finlandia (50,8%) e Islanda (43,1%).

I professionisti?

 

La mia personale impressione è che, proprio per il fatto che in pochi riescano a definire questo strano oggetto tecnologico, ci sia una sorta di mitizzazione del cloud.

 

Questo è il freno più grande alla sua diffusione, solo secondo, però, rispetto alle caratteristiche dei software utilizzati dai professionisti.

Immagino lettori strabuzzare gli occhi; provate voi a mettere in cloud un software scritto in un linguaggio di programmazione che già ballava la disco music quando arrivarono gli Abba. Ah, non barate, il cloud non è un web server che pubblica una web app che, a sua volta, richiama un eseguibile, che a sua volta richiama un interprete di linguaggio, ecc. ecc.

Il cloud non è avere un server in hosting presso un qualsiasi provider.

Il cloud non è avere un server.

Il cloud non è avere.

Il cloud è dominare e gestire una informazione, una funzione applicativa, un dato; sempre ed in qualsiasi condizione ed al massimo delle prestazioni.

Se volete un esempio di cosa sia concretamente il cloud, visitate i portali di uno dei due maggiori player (Amazon AWS o Microsoft Azure), lì troverete cose strane tipo: Elastic Beanstalk (che serve per pubblicare applicazioni che al crescere della domanda da parte degli utenti, aumentano le loro prestazioni), Elastic File System (uno storage che cresce e cala rispetto alla domanda, accessibile da qualsiasi applicazione), la SQL Data Warehouse di Microsoft (che è un enorme database, anch’esso elastico). Si tratta di oggetti che ogni software, opportunamente sviluppato, è in grado di utilizzare.

Il cloud rappresenta la reale possibilità di utilizzare (e pagare!) solo le risorse realmente necessarie, non importa dove siamo nel mondo, non importa dove siano le applicazioni o i dati. Il cloud è l’azzeramento dell’obsolescenza dell’hardware e, contemporaneamente, è il modo migliore e più economico per stare al passo con i tempi dell’informatica.

Detto questo, bisogna ammettere che utilizzare servizi cloud “puri” è davvero roba da iniziati.

Se è vero che ognuno di noi è in grado di usare GoogleDrive o Dropbox è altrettanto vero che pochi, pochissimi hanno un’account su Amazon AWS. Questo è del tutto naturale, logico: perché un avvocato dovrebbe saper utilizzare Azure, se non per diletto? Non è certamente il cuore della sua competenza saper avviare un database in cloud, non è con questo che difende gli interessi dei suoi clienti. Forse, però, è grazie a questo che potrebbe sviluppare la propria organizzazione in maniera decentrata e più efficiente, forse grazie a questo potrebbe vedere numeri più floridi sul proprio conto economico e, magari, alzare anche il proprio tasso di serenità.

 

StudioBoost ha realizzato una piattaforma privata cloud (vale a dire gestita in maniera esclusiva) dedicata ai professionisti. Ciò che abbiamo tentato di fare è stato mettere a disposizione dei professionisti tutti benefici del cloud (incluso l’utilizzo in mobilità di qualsiasi applicazione), senza le preoccupazioni in termini di gestione.

 

E’ stato facile? No. Tanto per cominciare non possiamo parlare al passato poiché i sistemi sono in continuo sviluppo poi, rendere il sistema indipendente dai sistemi operativi utilizzati dai clienti non è stato uno scherzo, inoltre abbiamo dovuto affrontare tutte le difficoltà di “cloudificare” i software utilizzati dai Professionisti, rendere compatibile e possibile l’utilizzo dei vari dispositivi di firma ed autenticazione che ogni professionista adopera con i servizi in cloud, integrare protocolli che permettessero la stampa e la scansione remota ad alte prestazioni(si, avete capito bene: purtroppo la nostra clientela usa ancora massivamente stampanti e scanner, ma questa è un’altra storia! n.d.r.).

Non dimentichiamo nemmeno che, se è qualcun altro a gestire le vostre applicazioni ed i vostri dati, c’è bisogno di un framework contrattuale oltre che tecnico e assicurativo che vi dia piena sicurezza. Non è stato facile nemmeno questo, ma anche qui abbiamo messo un segno di spunta.

Insomma, c’è stato e c’è sempre molto da fare, ma se oggi esiste una piattaforma cloud per professionisti che conta già centinaia di utenti, beh, si chiama StudioRelax, è di StudioBoost e ce ne vogliamo prendere tutti i meriti. Forse dovremmo chiamarlo IaaS (Infrastructure as a Service), ma… ci siamo capiti lo stesso. Vero?

 

 

 

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